Interrompere relazioni pericolose

Contrastare l’annessione formale non basta. Bisogna promuovere attivamente l’embargo militare a Israele e sospendere gli Accordi di sicurezza
25 luglio 2020 - Flavia Lepre
Fonte: Pubblicato su https://www.cantolibre.it

Il 1° luglio si sarebbe dovuta verificare la formale annessione di porzioni della Cisgiordania da parte di Israele con voto della knesset, il parlamento israeliano. Non è avvenuto, l’evento, concepito dopo la presentazione del “Piano di pace” di Trump, è rinviato a un momento in cui siano assopite o superate le contrarietà interne nello stesso governo ed esterne, che vanno dall’Unione Europea e Giordania alle Chiese all’Egitto ed anche agli stessi USA.

Fathah e Hamas il 2 luglio hanno tenuto una conferenza congiunta in cui hanno affermato di voler affrontare insieme l’opposizione a questa annessione. Le chiese locali avevano già espresso la loro contrarietà  .

L’arcivescovo Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme, padre Francesco Patton Custode di Terra Santa e Teofilo III patriarca greco-ortodosso “In una nota congiunta (…) “considerano tale piano di annessione unilaterale, invitano lo Stato di Israele ad astenersi” e esortano il Quartetto “Usa, Ue, Onu e Russia a rispondere a questo piano con un’iniziativa di pace graduale e delimitata nel tempo, in linea con il diritto internazionale e con le relative risoluzioni delle Nazioni Unite, al fine di garantire una pace completa, giusta e duratura in questa parte del mondo, considerata santa dalle tre fedi abramitiche”.” Lo stesso cardinale segretario di Stato Pietro Parolin il 30 giugno  aveva manifestato le preoccupazioni del Vaticano agli ambasciatori di Israele e Stati Uniti presso la Santa Sede.

L’Alto Rappresentante dell’UE per la politica estera Jpsep Borrel già a metà maggio aveva annunciato un’offensiva diplomatica per impedire l’annessione  e prima della fine di giugno erano mille ottanta i parlamentari europei firmatari di una lettera contro l’annunciata annessione. Il Parlamento belga a larga maggioranza, il 26 giugno, aveva espresso la propria contrarietà  con una risoluzione in cui chiedeva che il paese svolgesse un ruolo di guida dell’UE per contrastarla . A maggio 70 parlamentari della maggioranza si erano rivolti al Presidente del Consiglio Conte affinché condannasse la decisione israeliana di annettere territori della Cisgiordania .

Anche la rete dell’ebraismo progressista, nata informalmente a livello mondiale, si era appellata contro l’annessione.

E’ sembrato che nuovamente la Palestina riprendesse la scena della politica internazionale. Un fuoco fatuo? Dipenderà dalle misure che saranno effettivamente prese. Solo la loro attuazione potrà mostrare se i diversi Stati e la stessa Unione Europea (o le Chiese e gli altri soggetti politici) vorranno fare ciò che in passato non hanno fatto, permettendo in realtà che si arrivasse alla situazione odierna.

Illan Pappe nel 2010 scriveva: “Gli insediamenti, le basi militari, le strade e la terra requisita per la costruzione del muro permisero a Israele l’annessione, nel 2006, di circa la metà della Cisgiordania” (CONTROCORRENTE. LA LOTTA PER LA IBERTA’ ACCADEMICA IN ISRAELE, Zambon, p. 149).

E’ evidente che Pappe descrive la realtà di fatto non formalizzata.  Tuttavia era la realtà effettuale già più di dieci anni fa e non risulta che né allora né poi siano state imposte sanzioni a Israele. Neanche dall’UE che, in omaggio ad un minimo di coerenza con la propria posizione a favore dei due Stati, dopo un travaglio incominciato nel 2005,  il massimo ch’è riuscita a produrre è l’approdo nel novembre 2015 di una interpretazione normativa 2011 per l’etichettatura differenziata per prodotti israeliani e prodotti nelle colonie, non il divieto della loro commercializzazione, come sarebbe legittimo attendersi. Fu accolto da proteste e accuse israeliane anche il chiarimento della Corte Europea, nel febbraio 2010, che gli Accordi commerciali con Israele, in una clausola designato “paese favorito nei rapporti commerciali con l’UE” con conseguenti agevolazioni fiscali, non valgono per le produzioni realizzate negli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati.

L’Europa ha animato un falso movimento analogo a quello che sin dal 2004 ogni venerdì portava i Palestinesi di diversi villaggi a proteste pacifiche, che spesso venivano attaccate dall’esercito israeliano di occupazione che ha procurato centinaia di feriti e anche due omicidi, mentre decine di palestinesi sono stati “arrestati. Gli esiti di queste mobilitazioni proseguite  talvolta per oltre dieci anni, generalmente contro il muro la cui costruzione fu avviata per volere di Sharon nel 2002 e giunto oggi a una lunghezza di 770 km,  sono stati minimi e aleatori nonostante gli elevati costi umani. E pure, il Muro era stato condannato dalla Corte internazionale di Giustizia il 9 luglio 2004!

Oggi, quale credibilità hanno gli appelli accorati che si moltiplicano contro l’annessione formale di parte della Cisgiordania? E, soprattutto, quale obiettivo realmente si propongono? Forse quello esplicitato molto bene da Fassino nel suo intervento durante l’audizione dell’ambasciatore israeliano alla Camera, lo scorso 8 luglio? Con grande preoccupazione il politico del PD, tra i promotori di  “Sinistra per Israele”,  sollecita l’ambasciatore israeliano a considerare che scelte unilaterali sono per la loro stessa unilateralità molto esposte all’instabilità,  poiché non accettate dalla controparte, che conserva sempre la possibilità di provare concretamente a ribaltarle. Invece, giunge ad una soluzione molto più solida una trattativa che, ad esempio, come in passato sostenuto, si basi sullo scambio di terre. La controparte non potrà appellarsi a imposizioni subite facendole valere come vizi giuridici per invalidarla. Inoltre, attraverso accordi, la realtà legale di riferimento sarà stata mutata da quella attuale. Sviluppando il ragionamento: dopo eventuali accordi, i Palestinesi non potranno  più richiamarsi alle Risoluzioni ONU (dalla 181: spartizione 44% palestinese e Gerusalemme internazionale alla 194: diritto al ritorno) e alle Convenzioni di Ginevra (in particolare la IV che impedisce la colonizzazione e i trasferimenti di popolazione). Insomma, una trappola perfetta in cui attirarli. Sarà compito della collettività internazionale esercitare le pressioni per indurveli.

Poiché è questo il contesto, l’onere di un impegno serio e risolutivo ricade sulla “società civile internazionale”. E’ attraverso l’adesione al movimento BDS, che ha già ottenuto significativi risultati, che essa può realizzarlo. Il movimento è a guida palestinese e si prefigge tre obiettivi unificanti del popolo palestinese: libertà/fine di occupazione e colonizzazione delle terre arabe, uguaglianza nello stesso Stato d’Israele/superando l’apartheid che vi vige, diritto al ritorno/riconoscimento e risanamento della nakba.

Nella gara tra Israele e Stati Uniti  per lo smantellamento dell’edificio della legalità internazionale e delle istituzioni ad esso preposte, si rischia di perdere in questo periodo di grandissima instabilità riferimenti atti ad attutirla e a moderare le mire di quelle entità che vogliono ingaggiare prove di forza imponendo la propria superiorità militare economica e politica. E’ qui in particolare un punto in cui l’attivismo contro la militarizzazione naturalmente incrocia la campagna BDS dell’embargo militare a Israele, ritenuta centrale oggi.

Illan Pappe, nel suo CONTROCORRENTE , scrive d’Israele che non è uno Stato con un esercito, ma “un esercito con uno Stato” (p.178)Lo storico sottolinea in particolare due aspetti della militarizzazione d’Israele:  la militarizzazione del sistema educativo, che modella le nuove generazioni, e il ruolo economico preminente dell’industria bellica nel PIL dell’Stato d’Israele, nel 2010 (anno di pubblicazione del testo) “quinto esportatore di armi al mondo”.

L’Italia è già da tempo sulla strada di una crescente militarizzazione, con soldati che da “strade sicure” in 45 province  in poi sono diventati figure abituali nelle strade delle nostre città , ormai autorizzati a presidiarle anche da soli e dal COVID anche con compiti  di pubblica sicurezza .

Sono sempre più diffuse visite dei militari, anche NATO, nelle scuole e di scuole in caserme; mentre l’organizzazione scolastica sempre meno promuove e ha come obiettivo lo sviluppo delle capacità critiche e delle conoscenze, la cui centralità è soppiantata dalla didattica per competenze , volta molto più alla standardizzazione e, potenzialmente, al controllo, introdotta quasi senza dibattito e vincolando fortemente la libertà  d’insegnamento, in una scuola-azienda più gerarchizzata meno democratica e più smorta e priva di vera attività intellettuale.

La spesa del settore bellico è in crescita, e anche durante l’epidemia del coronavirus le industrie belliche hanno continuato a produrre, noncuranti della salute dei lavoratori . Smantellato il settore civile dell’azienda di Stato Finmeccanica, è dato sostegno alle vendite estere delle industrie a produzione militare da parte di diversi “attori”.

La produzione e il commercio di armi, spesso disattende la Legge 185/90, che impedisce all’Italia di vendere armi a paesi in guerra o che violano i diritti umani, così accade che l’Egitto per il 2019 risulta il primo importatore delle armi italiane e Israele nel corso degli anni manifesta nell’elenco degli acquirenti un’ascesa tangibile, passando dal 43° posto del 2013 al 24° del  2018e al 18° del 2019, con un fatturato che dai 2,4 milioni del 2013 sale a 18,4 milioni nel 2018 e alla considerevole cifra di 28,7 milioni nel 2019.

Vendite di armi dall'Italia ad Istraele

VENDITE DI ARMI DALL’ITALIA A ISRAELE

2013

2014

2015

2016

2017

2018

2019

2,4milioni €

266 migliaia €

55milioni €

8,6milioni €

9,1milioni €

18,4milioni €

28,7milioni €

Fonte: https://www.osservatoriodiritti.it/2020/05/21/armi-italiane-nel-mondo/

 

La relazione della Rete Disarmo per il trentesimo anniversario della L. 185/90 del 9 luglio 2020 sintetizza “gli ultimi cinque anni equivalgano da soli al 45% di un trentennio di export militare (e dunque i 25 precedenti assommino “solo” al 55% del totale).

Preoccupanti evidenze della crescente mobilitazione dell’Italia sono da ravvisarsi anchenelle pratiche di gestione dell’ordine pubblico e di “sicurezza” e nella sempre più stretta connessione tra ricerca e produzione bellica e istituzioni accademiche e di ricerca.

La militarizzazione sempre più spinta investe in Italia la ricerca, in cui assume un peso crescente il cosiddetto “dual use” di tecnologie innovative, civile e militare.  Condizionano pesantemente la ricerca i programmi europei come Horizon  2020 , in cui come e più che nel passato “Settimo programma quadro”, ritroviamo anche finanziamenti a società israeliane implicate con l’occupazione e colonizzazione e con le violazioni dei diritti dei palestinesi con una forte vocazione militare e di controllo, come nel caso della Elbit System , che fornisce attrezzature per il riconoscimento facciale utilizzate ai check point e sul muro illegale.

Il “Dual use” è una caratteristica costante della tecnologia di Israele, e perfino Isaac Ben-Israel, Presidente della Israel Space Agency lo ha ammesso: “dato che siamo un paese piccolo, se costruisci una linea di produzione per piccoli satelliti, vedi IAI, verrà usata per fini militari e commerciali”. Si legge nel documento redatto da Palestinian Grassroots Anti-Apartheid Wall Campaign  “SUPPORTING ISRAELI APARTHEID: EU FUNDING FOR ELBIT SYSTEMS”.

Prosegue il rapporto: “Elbit Systems è stata coinvolta in progetti FLYSEC e anche in EUROSTARS, che sono presentati in Horizon 2020 come progetti civili, ma sono basati su tecnologia militare che la Elbit System ha sviluppato per il militare di Israele e che è stata testata negli attacchi che Israele ha condotto contro la striscia di Gaza negli anni 2008-2014 (…) come partecipante a quattro progetti Horizon 2020, riceve da UE contributo di quasi 2 milioni EUR (…)  ISRAELI AEROSPACE INDUSTRY (I A I)- (…) la seconda più grande impresa militare israeliana e uno tra i maggior produttori di droni usati dall’esercito israeliano.  (…) ha partecipato in 7 progetti HORIZON 2020 e ha ricevuto 7.35 milioni di euro di contributi europei”.

Per ridare forza alle istituzioni internazionali e riconoscere il diritto dei popoli anche alla manifestazioni di protesta sociale (Israele rifornisce anche i sistemi di repressione e sorveglianza contro dissenso e proteste, in quelle dello scorso marzo tenutesi in Cile, ad esempio, si è inserito l’arrivo di carri armati di fabbricazione israeliana utilizzati contro i manifestanti )  porre uno stop al commercio di armi con Israele e agli accordi di sicurezza con questo Stato non è solo gesto di solidarietà con il popolo palestinese, ma è anche interesse democratico di ciascun cittadino

 

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